
Lazzaro voleva fare il fotografo e ha fotografato in Libano orrori che mai avrebbe voluto vedere. E in Libano ha incontrato Afrah e i suoi due figli Fadhi e Samar. Afrah e i suoi magnifici occhi neri spenti all’improvviso da una raffica di mitra. Samar e gli stessi occhi di sua madre. Samar, che ora è la moglie di Lazzaro. Una moglie libanese. Una donna che il dolore lo porta dentro, come la paura. Una donna che non ha più timore di morire, ma di vivere, perché la vera tragedia è vivere nella paura. Samar non vuole parlare, non vuole sapere, non vuole ricordare. Così diversa da Fadhi che invece ha ancora una disperata voglia di lottare in nome dei suoi ideali. Samar, che paga a caro prezzo la pace che cerca.
E per Lazzaro ritorna l’incubo del passato, un incubo così reale da avere fattezze umane e che porta il nome dei suoi vicini di casa, un incubo che ha il peso insopportabile del presente e che continua a perseguitarlo. Come Barbara, con la sua magrezza, la sua morbosità, le sue domande insistenti e le sue continue richieste di aiuto.
Lazzaro non voleva sapere, ma ha dovuto, per amore di Samar. Voleva dimenticare, ma la militanza lo ha trasformato per sempre in una macchina per ammazzare e morire. Non voleva più vedere l’orrore, ma Barbara ha incrociato il suo destino facendogli a poco a poco capire che il passato ha un volto e l’unico modo di superarlo è guardarlo bene in faccia. Guardarlo fino a che muore.