A due anni e mezzo dall'uscita, si parla ancora de "La gabbia criminale". La recensione la trovate qui.
Primi anni cinquanta: un efferato duplice omicidio
sconvolge la tranquillità di un piccolo borgo alla periferia di Treviso. Giorni
nostri: Alberto, ormai sessantaquattrenne, torna a vivere in quei luoghi, dove
la sua infanzia è stata sconvolta da quell'episodio e dove lo aspettano nuove e
inquietanti rivelazioni. Romanzo molto introspettivo, raccontato in prima
persona, con descritti in maniera magistrale tutti i protagonisti della vicenda.
Pur non essendo un grande amante dei flash back narrativi, in questo libro essi
si incastrano e si sovrappongono alla perfezione nella storia, dandole un ritmo
notevole, senza cali di tensione e di interesse da parte del lettore. "La gabbia
criminale" lo potremmo definire un affresco della provincia italiana, con le sue
ipocrisie, le sue paure, le sue miserie e il disperato tentativo di mantenere a
tutti i costi una facciata di rispettabilità. Affresco che troviamo molto simile
nelle due fasce temporali in cui si svolge la storia, segno che il tempo non ha
portato grandi cambiamenti in questo senso. Vendette politiche di fine guerra,
sconvolgenti rivelazioni, bugie, intrecci e vecchi rancori, ingabbiano i
protagonisti in un tremenda e drammatica resa dei conti. Alcuni riusciranno ad
uscirne, forse, ma a costo di un prezzo molto alto. La scrittura di Bastasi è
come sempre perfetta e coinvolgente. Personaggi fantastici: alcuni li amerete,
altri li odierete, ma nessuno vi risulterà indifferente. Di grande forza e
struggente coinvolgimento, la parte in cui il nostro protagonista trova, per lui
inaspettato vista l'età non più "verde", un nuovo amore. Questa parte del
romanzo, ma non solo questa ovviamente, da come è narrata, da come è descritta e
da come ti stringe il cuore, è grande letteratura,che sarebbe da portare sui
banchi di scuola dei nostri figli. In conclusione un bellissimo
romanzo.
giovedì 14 febbraio 2013
martedì 16 ottobre 2012
CRONACHE DALLA FINE DEL MONDO
E' in uscita a novembre la raccolta di racconti "Cronache dalla fine del mondo", edito da Historica Edizioni. Con la prefazione di Maurizio de Giovanni.
All'interno il mio racconto "Cronaca di un'apocalisse annunciata"
http://lauraetlory.blogspot.it/2012/09/cronistin-cronici-e-apocalittici.html
All'interno il mio racconto "Cronaca di un'apocalisse annunciata"
http://lauraetlory.blogspot.it/2012/09/cronistin-cronici-e-apocalittici.html
domenica 14 ottobre 2012
Recensione della rivista ARGO
Alessandro Bastasi, Città Contro, Eclissi Editrice 2011
Due omicidi, molteplici storie di gente che ha lasciato il proprio paese alla ricerca di speranze vane, torbidi intrighi che hanno come sottofondo un mondo che si nutre di stereotipi, dove la paura domina sulla realtà come incapace di vederne i (pochi) risvolti candidi.
L'inquietudine è dappertutto, la rabbia è una miccia inesplosa che attende impaziente il suo fiammifero.
La città è “contro”, così come i protagonisti di questa narrazione algida, ma efficace, gli uni contro gli altri in un quadro dissonante, nel quale si intrecciano dinamiche a tratti perverse, dominate dall'odio e dal sospetto e dove nascono alleanze impensate che alimentano a loro volta dubbi inconcepibili.
Il protagonista intravede una linea di demarcazione tra il “prima” (sono nato alla fine della prima metà del secolo scorso) e il “dopo” chiedendosi e domandando indirettamente a chi legge qual è il senso della nostra permanenza in questo tempo di mezzo, fatto di valori perduti e disillusa malinconia.
Alessandro Bastasi (1949) è stato attore e autore di articoli teatrali per varie riviste del settore. Ha pubblicato due romanzi, La fossa comune (2008) per 0111 Edizioni e Gabbia criminale (2010) per Eclissi Editrice. Ha scritto racconti per antologie e siti letterari.
Rita Levoni Bemposti
L'inquietudine è dappertutto, la rabbia è una miccia inesplosa che attende impaziente il suo fiammifero.
La città è “contro”, così come i protagonisti di questa narrazione algida, ma efficace, gli uni contro gli altri in un quadro dissonante, nel quale si intrecciano dinamiche a tratti perverse, dominate dall'odio e dal sospetto e dove nascono alleanze impensate che alimentano a loro volta dubbi inconcepibili.
Il protagonista intravede una linea di demarcazione tra il “prima” (sono nato alla fine della prima metà del secolo scorso) e il “dopo” chiedendosi e domandando indirettamente a chi legge qual è il senso della nostra permanenza in questo tempo di mezzo, fatto di valori perduti e disillusa malinconia.
Alessandro Bastasi (1949) è stato attore e autore di articoli teatrali per varie riviste del settore. Ha pubblicato due romanzi, La fossa comune (2008) per 0111 Edizioni e Gabbia criminale (2010) per Eclissi Editrice. Ha scritto racconti per antologie e siti letterari.
Rita Levoni Bemposti
http://www.argonline.it/alessandro-bastasi-citta-contro-eclissi-editrice-2011/
martedì 25 settembre 2012
E' venuto a mancare Carlo Oliva
Carlo Oliva è morto a Milano nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2012. Un uomo di profonda cultura e ironia. Un punto di riferimento.
Questo il suo sito: http://www.carlo-oliva.it/
Questo il suo sito: http://www.carlo-oliva.it/
martedì 4 settembre 2012
Racconto "La caduta dello status"
Il racconto "La caduta dello status" è stato pubblicato sul Manifesto di venerdì 31 agosto 2012 nell'ambito della rassegna "Resistenze noir".
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120831/manip2pg/10/manip2pz/327965/
Sono in due dentro al bar, al terzo boccale birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono. «Forza, dobbiamo chiudere», dice l’uomo dietro il bancone. «E vaffanculo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta a casa col bastone?», sghignazzano quelli. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, nel locale oltre a quelli ci sono soltanto io. Sono appena le dieci di sera ma non c’è nessuno in giro, sembra notte fonda. È novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone fitto attorno al lampione di fuori. I due escono dal bar e vedono la mia macchina. La prendono a calci. «Di chi è ‘sto rottame?», urlano. Io mi affaccio sulla porta, a protestare. Non ho un bell’aspetto, me ne rendo conto. Forse è per questo che mi afferrano per le braccia e mi trascinano in mezzo alla strada. Uno dei due mi tiene fermo, mentre il pugno di ferro dell’altro mi fa scricchiolare la mandibola.
«Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può restare qui in queste condizioni, dove abita?»
«Dottor Morosini, li legge anche lei i giornali. Nessuno investe più e noi siamo i primi a subirne le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui, senza prospettive di sviluppo… Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che quella del governo è una politica miope, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo?»
Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. La mia vita cambiata così, senza preavviso. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente.
Mi vien da ridere quando penso che il SUV me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quelle tartarughe che si affannavano con loro macchinine sulle tre corsie della tangenziale. «Pista, aria, sfigati!», gli gridavo pestando sul clacson.
Quanto tempo è che non la faccio andare, ‘sta cazzo di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. So solo che ha le ruote sgonfie. C’è un tanfo da far schifo, qua dentro. Per fortuna i finestrini sono oscurati da uno strato di polvere, così non mi vede nessuno… Questa piazza di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che venissero a darmi fastidio.
Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stiamo andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente. Mi lamento, e Alberto mi dice «Dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati». Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa. Li capisco, con certa gente che va in giro di notte.
Un cancello su una via che non riconosco. Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, un vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso. Arriviamo a un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con finestre alte e strette dalle quali esce una flebile luce. La porta del fabbricato si apre e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove cazzo sono capitato? All’interno un grande stanzone gremito di tavoli e di gente. Uomini e donne, anche molti neri, sudamericani, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono a voce alta. Sulla destra, nella semioscurità, un bancone dove spillano la birra. A sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia. E in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri. A ridosso, sul pavimento, una fila di brande e materassi.
«Ma dove siamo?»
Non so cosa pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche di “quanto sia necessario contrastare questa umanità barocca che tenta di riempire la sua vita inutile consumando crociere ridicole, inquinando e devastando i mari. Mentre gli ecosistemi sprofondano e i bombardieri seminano strage per accaparrarsi le ultime pozze di petrolio." Ma come cazzo parlano? Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare tutto d’un fiato.
Sono qui, sdraiato su una branda improvvisata. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so cosa fare. Non c’entro niente io, con questa banda di anarchici. Sono un quadro aziendale, io, la mia è una situazione passeggera, mica durerà per sempre ‘sta crisi del menga! Le cose cambieranno, certo, tornerò a essere quello di prima. E che cazzo, non può girare sempre storta.
Ma non faccio a tempo.
Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato. Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Come se avessi le orecchie tappate. Mi hanno sparato. Hanno sparato a me. A me. Ma che cazz… Scivolo a terra come un sacco vuoto. Mentre il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, grida, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola sugli occhi.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120831/manip2pg/10/manip2pz/327965/
«Ehi… Come va?»
Chi è? Sono steso sull’asfalto, non
riesco a parlare, ho la bocca gonfia e se mi muovo impazzisco dal dolore.
Che cosa è successo? La testa mi sta
scoppiando, ricordo solo due tizi che mi hanno trascinato fuori dal bar e mi hanno
massacrato di botte, poi… Poi niente. E questo qui? Chi è questo qui, cosa
vuole?
Sono in due dentro al bar, al terzo boccale birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono. «Forza, dobbiamo chiudere», dice l’uomo dietro il bancone. «E vaffanculo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta a casa col bastone?», sghignazzano quelli. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, nel locale oltre a quelli ci sono soltanto io. Sono appena le dieci di sera ma non c’è nessuno in giro, sembra notte fonda. È novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone fitto attorno al lampione di fuori. I due escono dal bar e vedono la mia macchina. La prendono a calci. «Di chi è ‘sto rottame?», urlano. Io mi affaccio sulla porta, a protestare. Non ho un bell’aspetto, me ne rendo conto. Forse è per questo che mi afferrano per le braccia e mi trascinano in mezzo alla strada. Uno dei due mi tiene fermo, mentre il pugno di ferro dell’altro mi fa scricchiolare la mandibola.
«Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può restare qui in queste condizioni, dove abita?»
Ma cosa sta facendo? Mi frega il
portafoglio? Fa’ pure, non c’è un euro che sia uno, eh!
«Scusi, sa, sto cercando un
documento. Ah, ecco. Carlo Morosini, via Gulli 18.»
«No», riesco a farfugliare. «Non… Non abito più là. E non voglio andare in ospedale,
no…»
«Perché no?»
«No, per favore… lasciami qui, mi
sento meglio, davvero, grazie.»
Mi rialzo a fatica, stringendo i denti,
non voglio fargli capire che sto da cani.
«Ma scusa, lasciarti qui! Sei a
cinque chilometri da casa tua, come fai?»
«Senti, grazie, però adesso non
rompermi i coglioni. Grazie. Va’ fuori dalle balle.»
L’altro è incerto, non sa che fare. Alla
fine mi dice:
«Dai, vieni con me, ti porto al
caldo, così bevi qualcosa e poi vediamo. Io mi chiamo Alberto, tu sei Carlo,
giusto?, l’ho visto sulla carta d’identità.»
Riesce a portarmi nella sua macchina, una
Peugeot 207 tutta ammaccata. Io non protesto più, non ne ho la forza. Mi siedo di
fianco a lui tra mille sofferenze, bestemmiando in silenzio e maledicendo la
mia città. La città che amavo, che mi dava un sacco di gratificazioni. A me,
rampante promessa di una importante società di informatica.
«Dottor Morosini, li legge anche lei i giornali. Nessuno investe più e noi siamo i primi a subirne le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui, senza prospettive di sviluppo… Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che quella del governo è una politica miope, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo?»
Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. La mia vita cambiata così, senza preavviso. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente.
Mi vien da ridere quando penso che il SUV me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quelle tartarughe che si affannavano con loro macchinine sulle tre corsie della tangenziale. «Pista, aria, sfigati!», gli gridavo pestando sul clacson.
Adesso quel SUV è la mia casa, ci dormo
dentro. Almeno le coperte quella stronza di mia moglie (ex moglie, per la
verità) mi ha permesso di portarmele via. E pensare che l’appartamento l’avevo
comprato io, indebitandomi fino al collo, e quando la banca mi ha costretto a
rientrare del finanziamento mi son dovuto mangiare tutta la liquidazione,
rimanendo senza un euro in tasca. Che schifo, bastardi delinquenti assassini!
Come se non fossi in grado di trovarmi un altro lavoro, gli dicevo, mica siamo
in Africa, cazzo!, qui chi vale va avanti, come dice il nostro presidente del
consiglio.
Avevo però fatto male i conti. La crisi
vera era solo agli inizi, e ora masse di disoccupati salgono sui tetti delle
fabbriche, cassa integrazione a manetta, ferie forzate, le mense dei preti
assediate da masse cenciose, immigrati a fianco di operai e impiegati. E di
quadri. Come me.
Quanto tempo è che non la faccio andare, ‘sta cazzo di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. So solo che ha le ruote sgonfie. C’è un tanfo da far schifo, qua dentro. Per fortuna i finestrini sono oscurati da uno strato di polvere, così non mi vede nessuno… Questa piazza di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che venissero a darmi fastidio.
Quello che proprio mi disturba è questo continuo
grattarmi. Di solito vado a lavarmi nei cessi della stazione, ma a volte me ne
dimentico. La barba me la rado ogni settimana, e va bene, ma è il resto che non
sopporto. I vestiti sporchi, la manica strappata, ‘sto cespuglio secco che ho
in testa al posto dei capelli.
Per fortuna il barista qui di fronte ogni
tanto mi lascia entrare e mi dà qualcosa da bere e da mangiare. Oppure ci sono
le mense. Ne ho provate tante, ma quella del Cardinal Ferrari è la migliore,
solo che c’è troppa gente, si mangia stretti, con la puzza degli altri che si
mescola alla mia. Soprattutto la puzza dei negri e degli arabi, ‘sta gentaglia
che prega col culo per aria. Non li ho mai potuti sopportare. Venuti in Italia
a portarci via il lavoro, e adesso anche il mangiare.
Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stiamo andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente. Mi lamento, e Alberto mi dice «Dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati». Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa. Li capisco, con certa gente che va in giro di notte.
Un cancello su una via che non riconosco. Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, un vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso. Arriviamo a un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con finestre alte e strette dalle quali esce una flebile luce. La porta del fabbricato si apre e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove cazzo sono capitato? All’interno un grande stanzone gremito di tavoli e di gente. Uomini e donne, anche molti neri, sudamericani, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono a voce alta. Sulla destra, nella semioscurità, un bancone dove spillano la birra. A sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia. E in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri. A ridosso, sul pavimento, una fila di brande e materassi.
«Ma dove siamo?»
«Nel centro sociale Mooh.»
Merda. Un centro sociale!
«E che ci fate qui? Ci dormite
pure?»
«Di solito no, di solito
organizziamo concerti, dibattiti, letture, studiamo, ascoltiamo musica,
giochiamo a carte… Poi ce ne andiamo e qui rimangono solo due o tre persone a
fare la guardia. Stasera però ci siamo tutti, perché domattina vogliono
sgomberare anche noi. Il prefetto dice che questo è un covo delle brigate
rosse, il coglione non ha capito un cazzo di che cosa è diventata ‘sta città,
soprattutto con questa crisi che ci massacra da cinque anni… Dai, prendi una
birra. Ti fa ancora male? Fascisti bastardi! Ti volevano ammazzare, eh?»
«Pare proprio di sì… Ma domani vado
in questura e…»
«Ma ci sei o ci fai? Non ti
scomodare, qui domani mattina ne vedrai un battaglione, di pulotti. Anche se mi
sa che avranno altro da fare che ascoltare te!»
Non so cosa pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche di “quanto sia necessario contrastare questa umanità barocca che tenta di riempire la sua vita inutile consumando crociere ridicole, inquinando e devastando i mari. Mentre gli ecosistemi sprofondano e i bombardieri seminano strage per accaparrarsi le ultime pozze di petrolio." Ma come cazzo parlano? Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare tutto d’un fiato.
«Il Grande Fratello, capisci, come Anche
i ricchi piangono, o Saranno famosi
prima di loro, è parte di un sistema di format a diffusione imperiale, lo trovi
uguale in Corea, in Canada o in Egitto, capisci, perché il loro scopo è
colonizzare subliminalmente la mente del parco buoi, della massa
lumpen-cetomedio e convogliarla giù dal burrone come una mandria di bisonti,
capisci, costringerli a essere cultori parossistici della propria improbabile
importanza personale, per consumare sempre di più… Ma tu chi sei? Sei venuto a
darci una mano contro la milizia armata dell’impero? Dai, parco buoi, che ti
trovo un posto per dormire.»
Sono qui, sdraiato su una branda improvvisata. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so cosa fare. Non c’entro niente io, con questa banda di anarchici. Sono un quadro aziendale, io, la mia è una situazione passeggera, mica durerà per sempre ‘sta crisi del menga! Le cose cambieranno, certo, tornerò a essere quello di prima. E che cazzo, non può girare sempre storta.
Sì, domattina presto uscirò di qui, prima
che arrivi la polizia. Non voglio trovarmi in mezzo a questa gente, al casino
che combineranno. Al solo pensiero mi si accappona la pelle.
Ma non faccio a tempo.
Non è ancora l’alba che fuori si sentono
arrivare le camionette piene di poliziotti. Saltano giù come razzi,
equipaggiati come tanti robocop, in assetto antiguerriglia, con le tute nere e
i caschi con la visiera, come avevo visto alla televisione tanti anni prima, a
Genova nel 2001. Un tipo col megafono vestito in borghese ci intima di
sgomberare o darà l’ordine di costringerci con la forza. Cento vaffanculo
risuonano all’unisono, come un boato. Escono tutti fuori, donne e uomini, a
fare muraglia, solo io resto dentro, ancora dolorante e paralizzato dalla
paura. Due eserciti, uno di fronte all’altro. Da una parte l’esercito in nero,
indifferenziato, armato di tutto punto, che batte all’unisono i manganelli
sugli scudi, dall’altra una moltitudine multicolore di individui armati di
sassi, di rabbia e di parole. Grida da entrambe le parti, prima isolate, poi
sempre più massicce. Partono le prime sassate, cui l’esercito in nero risponde
con lanci di candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo. Uno di questi finisce
dentro la casa, l’aria si riempie di una sostanza che mi fa lacrimare, che mi
entra dentro nei polmoni, non respiro più, mi sento soffocare, mi precipito
fuori nel fumo addensato della guerriglia, oltrepasso la muraglia colorata,
corro verso i liberatori con le braccia alzate, non sparate, urlo, non sparate,
io non c’entro con questa gentaglia!
Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato. Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Come se avessi le orecchie tappate. Mi hanno sparato. Hanno sparato a me. A me. Ma che cazz… Scivolo a terra come un sacco vuoto. Mentre il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, grida, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola sugli occhi.
Ma io non sento più nulla.
Riesco solo a pensare che oggi la città
si sveglierà stanca e avvilita come sempre. E che si preannuncia una giornata
di pioggia. Fanculo, mondo.
martedì 28 agosto 2012
Reading NOIR - Mantova, 7 settembre 2012 ore 21:00
In occasione del Festival della Letteratura di Mantova, la libreria ibs.it bookshop (via Verdi, 50 - Mantova) ospita un reading NOIR, organizzato dai CorpiFreddi con la partecipazione di 10 autori.
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46100 Mantova MN, Italia
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Siamo nel ricco ed opulento Nord-est ed un campo di immigrati è davvero una nota stonata. Non si tratta solo dei diversi, degli sporchi, dei ladri di posti di lavoro o altro. Lì in mezzo ci sono genitori che devono trovare il modo di sfarmare i loro figli, ci sono persone che si ammazzano di lavoro per arrivare alla sera e non sono affatto contente di non poter fare una doccia per infilarsi tra calde coperte.
La capacità di Alesssandro è quella di farti entrare nel lato umano, nel tuo lato, che anche chi è diverso da te ha vivo, impellente, inevitabile. E riesce a farlo senza inutili romanticherie e senza acuti pietosi.
Sono ambiti nei quali prolifera lo sfruttamento attraverso il lavoro nero massacrante, la prostituzione, la droga, il commercio clandestino, la criminalità in tutte le sue dannate sfaccettature.
Sono ambiti nei quali, noi bianchi, europei, colti, socialmente inseriti, possiamo trovare una nuova ragione di vita.
Molto bravo l'Autore! Una conferma.